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Cambiare? SÌ… ma che fatica!

  • Immagine del redattore: Lucia Benatti
    Lucia Benatti
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Ci sono momenti in cui sentiamo con chiarezza che qualcosa deve cambiare. Non sempre si tratta di una crisi evidente: a volte è un’inquietudine sottile, un copione che si ripete, una reazione che ritorna nonostante la consapevolezza acquisita negli anni.

Perché, se abbiamo capito tanto di noi, ricadiamo negli stessi schemi? L’articolo offre una chiave di lettura concreta su come funzionano le nostre reazioni automatiche e propone quattro passi pratici per allenare la presenza e scegliere risposte più consapevoli. Perché cambiare è faticoso, ma possibile  un passo alla volta.



Ci sono momenti nella vita in cui lo sentiamo con chiarezza: così non va più bene.


Non stiamo necessariamente vivendo una grande crisi. Non c’è un crollo evidente, né una sofferenza ingestibile. Eppure qualcosa dentro di noi sa che è arrivato il momento di cambiare.


Forse è una relazione che continua ad attivare sempre gli stessi conflitti. Forse è un contesto professionale che ci riporta in dinamiche già viste, o quella promozione desiderata che, anno dopo anno, appare come un miraggio. Forse è quel modo di reagire – brusco, difensivo, impulsivo – che promettiamo ogni volta di modificare e che puntualmente ritorna.

È un copione che si ripete, ne siamo consapevoli, magari abbiamo anche già fatto un percorso su di noi e compreso tante cose della nostra storia.


E allora perché è così difficile cambiare davvero?


Quando la consapevolezza non basta


Una delle frasi che ascoltiamo più spesso nei percorsi individuali è:


“Lo so che non avrei dovuto reagire così… ma è stato più forte di me.”


Questa frase racchiude una verità fondamentale: la consapevolezza è necessaria, ma non sempre è sufficiente.


Le neuroscienze ci aiutano a comprendere perché.

Ogni esperienza che viviamo lascia nel nostro cervello una traccia, una configurazione di attivazione neurale. I neuroni che si attivano insieme tendono a collegarsi tra loro e a riattivarsi con maggiore facilità in futuro.

Le nostre risposte non sono semplici abitudini: sono reti consolidate nella memoria. Una memoria che non conserva solo ricordi, ma veri e propri schemi di attivazione.

Quando il presente richiama qualcosa che in passato ci ha toccati profondamente, quei modelli si riattivano. L’emozione prende il sopravvento e ci ritroviamo ad agire prima ancora di aver compreso cosa sta accadendo.


Il nostro presente, riflesso del passato


“Vedi e giudichi il presente con gli occhi del passato

e ne hai una visione completamente distorta.”

E. Tolle


Ogni stimolo viene filtrato attraverso il nostro sistema nervoso, la nostra storia personale, il contesto culturale in cui siamo cresciuti e i nostri apprendimenti emotivi.

Quando un evento ci tocca profondamente, il cervello registra insieme ciò che è accaduto e lo stato emotivo che lo ha accompagnato. Per questo, quando nel presente qualcosa richiama anche solo in parte quel vissuto, può riattivarsi la stessa risposta emotiva.


Quando questo accade, l’emozione attivata non resta sullo sfondo: orienta l’attenzione, mobilita le risorse cognitive e influenza l’organizzazione dell’attività cerebrale. In altre parole, non cambia solo ciò che proviamo, ma anche il modo in cui percepiamo, interpretiamo e rispondiamo a ciò che sta accadendo.

Ecco perché a volte una semplice osservazione di un collega ci ferisce come un attacco personale, o perché una distanza affettiva riattiva un antico vissuto di abbandono, o ancora perché un conflitto attiva una rabbia sproporzionata.


Non stiamo rispondendo solo all’evento. Stiamo rispondendo all’engramma che quell’evento riaccende.

Cadiamo nell’Ombra, in quella parte di noi che abbiamo negato o rimosso perché mette in discussione l’immagine con cui abbiamo imparato a sentirci adeguati.


La fatica del cambiamento nasce qui.


E allora torniamo alla domanda iniziale: perché, anche quando comprendiamo tutto questo, ricadiamo negli stessi schemi?


La risposta è tanto semplice quanto complessa: perché quei circuiti sono veloci.

Il cervello tende a privilegiare le vie già consolidate. È una questione di economia energetica. Ciò che è stato ripetuto molte volte diventa familiare, automatico, immediato.

Cambiare significa creare nuove connessioni. E ogni nuova connessione richiede attenzione, ripetizione, presenza.

La plasticità cerebrale ci dice che il cambiamento è possibile: il cervello può modificare la propria struttura in risposta all’esperienza. Ma questo non avviene per sola comprensione teorica. Avviene attraverso esperienza vissuta e consapevole.


La buona notizia: la motivazione è già cambiamento


Se senti il bisogno di cambiare, sei già in movimento.


La motivazione al cambiamento è il primo segnale che una parte di te non vuole più restare prigioniera della reazione automatica.

Mettere attenzione viva su ciò che si attiva dentro di noi modifica già il circuito.

La memoria non è un archivio fisso: ogni volta che richiamiamo un’esperienza, la ricostruiamo. Questo significa che ogni volta che restiamo presenti a una reazione, senza agire automaticamente, stiamo creando una possibilità nuova.


Il cambiamento non è immediato e non è lineare, ma è sicuramente possibile!

 

Quattro passi per vivere meno in reazione e più in presenza


Non esistono ricette universali, ma esistono pratiche che allenano la presenza.


1. Riconosci il momento dell’attivazione

Il cambiamento non inizia dopo la reazione. Inizia nel micro-secondo in cui senti il corpo irrigidirsi, il respiro cambiare, il tono salire.

Impara a riconoscere i segnali fisici. Il corpo è sempre più veloce della mente.


2. Nomina ciò che accade dentro di te

“Mi sento attaccato.” “Mi sento escluso.” “Mi sento non visto.”


Dare un nome a ciò che provi, all’emozione che senti emergere dentro di te riduce l’intensità dell’attivazione limbica e coinvolge la corteccia prefrontale, area legata alla regolazione e alla riflessione.


Stai già spostandoti dalla reazione alla presenza.


3. Sospendi l’interpretazione

Ciò che senti è reale. L’interpretazione che stai costruendo potrebbe non esserlo.


Chiediti: “A cosa esattamente sto reagendo? L’intensità della mia reazione è riferita a ciò che è successo ora, qui, nel presente? O sento che è molto di più… ”


Questa domanda apre uno spazio.


4. Abita quello spazio sottile

La reazione è immediata. La scelta ha bisogno di spazio.


“Tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio.

In quello spazio risiede il nostro potere di scegliere.”

V. Frankl


Non possiamo impedire che qualcosa si attivi dentro di noi. Possiamo però imparare a restare in quello spazio sottile che precede l’azione.


Diventare osservatori di noi stessi. Concederci qualche respiro in più. Riconoscere ciò che sentiamo, senza identificarci completamente con esso.


È lì che il passato smette di guidare automaticamente il presente. È lì che nasce una possibilità nuova.


Attraversare il guado


Cambiare è faticoso perché è come attraversare un guado.


Non sei più sulla riva da cui provieni, ma non hai ancora raggiunto quella opposta.

Fai il primo passo. L’acqua è gelida e il terreno sotto i piedi instabile. L’istinto di conservazione ti spinge a rifuggire sulla riva da cui provieni, al sicuro, o congela le tue risorse bloccando ogni possibile movimento.

Per un momento perdi l’equilibrio in bilico tra la presa conservativa di una coscienza antica e il desiderio di andare oltre che nasce da una nuova, ma ancora fragile, consapevolezza.

In quel passaggio non sei più la versione abituale di te stesso, ma non sei ancora la persona che stai diventando.


È uno spazio vulnerabile. Ed è proprio lì che accade la trasformazione.

Ogni volta che resti presente invece di reagire automaticamente, stai mettendo un piede più avanti. Ogni volta che riconosci il tuo schema prima che prenda il controllo, stai attraversando.

Non è vero che gli anni di lavoro su di te non sono serviti.

Forse oggi ti accorgi prima. Forse ti fermi un istante in più. Forse chiedi scusa con maggiore autenticità. Forse non ti racconti più la stessa storia.


Questo è cambiamento.


La vera trasformazione non è non ricadere mai negli schemi. È non identificarti più completamente con essi.


È sapere che puoi attraversarli.

Un passo alla volta.


 


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